Di seguito riportiamo l’articolo pubblicato sul sito di Industria Italiana in seguito alla firma del decreto attuativo che ha definito le regole operative della misura.
Iperammortamento, il nodo SaaS e i dubbi delle imprese: batterie escluse, più burocrazia e tempi stretti. Che pasticcio!
di Barbara Weisz ♦ L’iperammortamento consente di agevolare anche i software acquistati senza macchinari. Ma il decreto firmato dal Mimit lascia fuori i SaaS: centrali nella digitalizzazione industriale. Gli incentivi agli accumuli valgono solo insieme a nuovi impianti FER. L’iter sale a cinque comunicazioni obbligatorie con scadenze ravvicinate per completare investimenti e interconnessioni. Così le imprese non si agevolano… Ne parliamo con Luca Onnis (Tinexta Innovation Hub) e Piergiorgio Zuffi (Innova Finance).
«L’esclusione dei software as a service dall’iperammortamento 5.0 è priva di senso». Parole di Luca Onnis, chief operating officer di Tinexta Innovation Hub, società del gruppo Tinexta specializzata in consulenza per innovazione, finanza agevolata e incentivi legati alla transizione digitale ed energetica delle imprese. E parole pronunciate dopo la firma del decreto attuativo da parte del MIMIT, che lascia fuori, almeno nella formulazione attuale, i SaaS. Un’esclusione tutt’altro che marginale: il modello software in abbonamento oggi domina il mercato cloud ed è sempre più diffuso anche nell’industria manifatturiera, dai gestionali ai sistemi di produzione e analisi dati. Insomma, si rischia di penalizzare quelle aziende manifatturiere che stanno digitalizzando produzione e processi.
Partita chiusa? Forse no. Secondo Piergiorgio Zuffi, direttore commerciale e founder di Innova Finance, la partita potrebbe però non essere chiusa. «Per una formula contrattuale così diffusa, è possibile che il riferimento ai SaaS venga recuperato in una successiva circolare operativa del Mef o dell’Agenzia delle Entrate». Sul tema è intervenuta anche Confindustria: il vicepresidente Marco Nocivelli ha chiesto una correzione del provvedimento, modifica ancora possibile perché il decreto è stato firmato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, ma non ancora dal titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Quello dei SaaS non è però l’unico nodo critico del provvedimento. Il decreto limita gli incentivi per i sistemi di accumulo ai soli investimenti collegati a nuovi impianti FER e introduce un iter procedurale particolarmente articolato, con cinque comunicazioni obbligatorie oltre alle perizie tecniche. Non mancano però gli elementi apprezzati dalle imprese: rientrano nell’agevolazione anche gli ordini effettuati nel 2025, purché la consegna avvenga nel 2026, mentre aliquote e tetti di spesa vengono calcolati su base annuale. Su tutto ciò Industria Italiana ha intervistato gli esperti Luca Onnis e Piergiorgio Zuffi.
Piano operativo entro metà giugno: attesi il decreto direttoriale del MIMIT e l’apertura della piattaforma Gse per le domande
Per l’avvio effettivo delle procedure bisognerà attendere ancora alcune settimane. Dopo la firma del decreto interministeriale saranno infatti necessari un ulteriore decreto direttoriale del MIMIT, che definirà le modalità operative, e l’attivazione della piattaforma telematica del Gse (Gestore dei servizi energetici), attraverso cui le imprese dovranno trasmettere le comunicazioni previste. «Entro metà giugno il sistema dovrebbe essere pienamente operativo», afferma Piergiorgio Zuffi. L’iperammortamento, introdotto dai commi da 427 a 436 della legge 199/2025, si applica agli investimenti effettuati dal primo gennaio 2026 al 30 settembre 2028. Molto in sintesi, le quote di ammortamento e dei canoni di locazione finanziaria sono maggiorate del 180% per gli investimenti fino a 2,5 milioni di euro, del 100% fra 2,5 milioni e 10 milioni, e del 50% fra 10 e 20 milioni.
L’agevolazione copre l’acquisto di macchinari e software 5.0 ricompresi negli allegati IV e V alla manovra, e di impianti per l’autoproduzione di rinnovabili. Nel caso dei pannelli fotovoltaici, sono ricompresi solo quelli definiti dalle lettere B e C dell’articolo 12 del dl 181/2023. Inizialmente la legge limitava il beneficio a beni prodotti in Unione Europea, clausola poi eliminata con decreto 38/2026.
I software SaaS restano fuori dall’incentivo, ma il Governo potrebbe riaprirne l’accesso con una successiva circolare interpretativa
Tra gli aspetti più apprezzati del nuovo Piano Transizione 5.0 c’è l’estensione dell’agevolazione ai software acquistati anche senza il contestuale investimento in un macchinario industriale. A differenza del passato, quindi, i software possono accedere al beneficio anche in modalità stand alone. Resta però escluso, almeno nella formulazione attuale del decreto, il modello software as a service(SaaS), nonostante le richieste avanzate da diverse associazioni imprenditoriali, da Anitec-Assinform a Confartigianato. Il tema aveva assunto particolare rilevanza perché una delle bozze circolate nelle settimane precedenti includeva esplicitamente anche i SaaS. Il riferimento, tuttavia, è scomparso dal testo firmato dal ministro Adolfo Urso. Una scelta che, secondo Luca Onnis, rischia di produrre effetti distorsivi. «Se il problema è la mancanza di copertura finanziaria, si rischia l’effetto opposto: le imprese saranno incentivate ad acquistare licenze tradizionali invece di sottoscrivere abbonamenti. In media una licenza equivale a quattro o cinque anni di contratto as a service, quindi concentrare il costo nel primo anno può diventare fiscalmente più conveniente».
Piergiorgio Zuffi ritiene però che la questione possa essere ancora corretta in fase attuativa. «La formulazione del decreto sembra oggi escludere i SaaS, ma è possibile che si stia semplicemente cercando una soluzione tecnica per equipararli alle licenze ai fini dell’agevolazione». Una possibilità che, secondo Onnis, avrebbe anche un precedente normativo: «Nel vecchio Piano Industria 4.0 l’ammissione dei SaaS fu introdotta successivamente in via interpretativa. Potrebbero seguire di nuovo la stessa strada».
Sistemi di accumulo incentivati solo insieme a nuovi impianti FER: per Onnis la scelta è coerente con le regole sul fotovoltaico, per Zuffi limita l’efficienza energetica delle imprese
Tra i punti più discussi del decreto c’è anche il trattamento dei sistemi di accumulo. Le batterie per lo stoccaggio dell’energia rinnovabile non possono accedere autonomamente all’incentivo: il beneficio scatta solo se l’investimento è collegato a nuovi impianti FER. Secondo Luca Onnis, la scelta è coerente con l’impostazione già adottata sul fotovoltaico. «Limitare il beneficio ai pannelli più efficienti, cioè quelli delle lettere B e C del Registro Enea, e incentivare anche batterie stand alone avrebbe finito per favorire indirettamente chi in passato ha installato impianti non agevolati, spesso di produzione cinese. In quest’ottica ha senso riconoscere l’incentivo alle batterie solo se accompagnate da nuovi investimenti FER».
Diversa la valutazione di Piergiorgio Zuffi, che considera il vincolo un limite importante per le strategie energetiche delle imprese. «Le batterie consentono di gestire i consumi in funzione delle fasce orarie, del costo dell’energia e di altri fattori operativi. Escludere gli accumuli non trainati riduce le possibilità di efficientamento e di contenimento dei consumi». Sulle FER pesa inoltre un vincolo temporale stringente: l’entrata in funzione dell’impianto deve avvenire nello stesso periodo d’imposta della comunicazione. «Per i macchinari industriali questo è implicito, perché la comunicazione finale presuppone la perizia e l’interconnessione. Nel caso delle rinnovabili, invece, si poteva ipotizzare il completamento dei lavori entro i termini e la successiva messa in esercizio. Il decreto esclude questa possibilità».
Cinque comunicazioni, perizie e scadenze ravvicinate: il nuovo iter aumenta gli oneri burocratici e impone alle imprese di accelerare gli investimenti
L’iter previsto dal decreto si conferma più complesso rispetto alle attese, anche se la forte attenzione del Governo al monitoraggio della spesa pubblica lasciava già intuire un impianto procedurale rigoroso. Alle tre comunicazioni previste dal precedente Piano Transizione 5.0 si aggiungono infatti due ulteriori adempimenti. Le imprese dovranno dichiarare entro il 20 gennaio gli investimenti effettuati e integrare poi la documentazione entro il 30 giugno con il relativo piano di ammortamento. Secondo Luca Onnis, la scelta ha una sua logica operativa: «le bozze precedenti indicavano quattro comunicazioni. Aver sdoppiato l’ultima, rinviando l’integrazione a giugno, evita alle imprese di fare stime su un bilancio ancora in fase di chiusura. In questo modo hanno sei mesi in più per confermare il piano di ammortamento e, al 30 giugno, il bilancio è già definitivo».
Più critica invece la valutazione di Piergiorgio Zuffi, che sottolinea il peso burocratico delle nuove procedure e il relativo impatto economico sulle aziende. «Sono costi interamente a carico dell’impresa. Né le spese per la revisione contabile né quelle per le comunicazioni rientrano nel beneficio. Le precedenti agevolazioni prevedevano invece un credito d’imposta per le PMI fino a 10.000 euro per le diagnosi energetiche e fino a 5.000 euro per la certificazione dei costi». La complessità dell’iter rende inoltre necessario accelerare i tempi degli investimenti. «Macchinari e software devono entrare in funzione entro il 31 dicembre 2026, altrimenti l’agevolazione slitta di un anno». Un aspetto che, secondo Zuffi, molte imprese stanno ancora sottovalutando: «Abbiamo organizzato un webinar con circa mille partecipanti e su questo punto c’era ancora molta confusione».
Agevolati anche gli ordini effettuati nel 2025 se la consegna avviene nel 2026: il decreto può riattivare investimenti rimasti in sospeso
Il nuovo piano potrebbe innescare un’accelerazione degli investimenti industriali, anche se il contesto economico resta incerto. Entrambi gli esperti sottolineano infatti come il quadro internazionale continui a frenare le decisioni delle imprese. «L’incertezza geopolitica e macroeconomica non aiuta gli investimenti – osserva Piergiorgio Zuffi –. Tuttavia molte aziende stavano aspettando il decreto attuativo e ora potrebbero finalmente sbloccare i progetti. Nell’immediato mi aspetto un impatto positivo sulla domanda».
Un elemento particolarmente rilevante riguarda la decorrenza degli investimenti agevolabili. Sebbene l’invio delle comunicazioni sarà possibile solo dopo l’apertura della piattaforma, il beneficio copre gli investimenti effettuati dal primo gennaio 2026. Non solo: rientrano nell’agevolazione anche gli ordini effettuati nel 2025, a condizione che la consegna del bene avvenga nel 2026. Secondo Luca Onnis, si tratta di una previsione importante per molte imprese rimaste in una sorta di limbo negli ultimi mesi. «Questa norma salva di fatto la coda degli ordini 2025 e include anche le aziende che avevano tentato di accedere ai precedenti incentivi senza riuscirci».
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